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Aureliano - in arte elmozzo
Il colonnello Aureliano promosse trentadue insurrezioni sonore e le perse tutte.
Aureliano non è nato in un luogo: è successo in una frequenza. Da qualche parte tra il rumore di fondo dell'universo e l'ultimo disco lasciato girare a vuoto, ha imparato ad ascoltare ciò che non c'è — e a chiamarlo musica.
Non colleziona generi, colleziona vuoti: gli spazi tra una traccia e l'altra, il silenzio prima del drop, l'eco di una stanza dopo che tutti se ne sono andati. Suona come chi cerca qualcosa che ha già dimenticato, e ogni set è un tentativo — imperfetto, di proposito — di ricordarselo.
C'è una parte di lui più vicina all'ingegnere che al musicista: gli piace smontare il lavoro degli altri — aprirlo come si apre una macchina per capire come respira — e rimontarlo con una faccia nuova. Prende un suono già esistente e lo costringe a diventare altro; non per rovinarlo, ma per vedere cos'altro sapeva fare.
È elmozzo quando mette le mani sui dischi, è supervuoto quando spegne le luci. Crede che la perfezione sia una forma di paura e la definizione una gabbia: preferisce lo scarto, la mutazione, il segnale sporco che arriva comunque.
Se dovesse definirsi, non lo farebbe. Diciamo che è un'antenna puntata sul nulla, che continua a trasmettere anche quando è convinto che dall'altra parte non ci sia nessuno. (C'è sempre qualcuno.)